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CIRA
BRACCIANTI E CAPORALI
LA
PREMESSA DEL LIBRO
Alternando
il taglio del romanzo a quello dell'inchiesta, l'autore racconta una storia
esemplare, tipica. ripetibile in ogni parte del Meridione dove la fame di lavoro
offrire ben poche chance alle donne e per quelle che non possono contare neppure
su un titolo di studio, si aprono strade a senso unico.
Il
lavoro nei campi è una di queste. Mentre l'autore scrive "Cira e le
altre", la realtà, un fatto di cronaca, supera ogni possibile invenzione
da romanziere: una ragazza di 18 anni muore vittima della legge del caporale.
Era salita su un pulmino carico di braccianti, ne avrebbe dovuti contenere 9, ma
le lavoratrici erano in 14, un tamponamento e Annamaria Torno (la ragazza si
chiamava cosi), perde la vita e il suo sogno di sposa. Una storia tragica.
La
vicenda di "Cira e le altre" non è meno tragica. Non mancano i
momenti forti, né la morte, ma la forza drammatica è altrove. Al cospetto
della morte di una ragazza, com'è stato il caso di Annamaria (e come nel
romanzo succede ad un'amica di Cira), quella morte sembra ricevere quasi, per
pochi attimi, giustizia. I funerali, gli applausi della gente all'uscita del
feretro, i discorsi sentiti e poi forse dimenticati, fanno meno acerbo il
dolore. Ma chi piange per Cira, costretta a vivere come le altre compagne, una
esistenza anonima e pesante, tanto da sentir svanire giorno per giorno il senso
di ribellione, che anche per quello occorre avere energia?
Cira
bracciante come la madre e forse come la nonna. Le tradizioni familiari sono una
gabbia da cui difficile è uscire.
Poi c'è il senso di disprezzo misto a riconoscenza per il caporale che dà e toglie lavoro. E' questo un sentimento tipicamente femminile, forse ancestrale, comunque ancora tutto da combattere. Ci vuole coraggio. Ad ogni Otto marzo le polemiche s'infuocano e la tentazione di cancellare questa festa avanza da più parti. Ma la conquista del lavoro per la donna, per molte donne, è ancora lontana. E nella conquista c'è la coscienza di una persona che lavora. Ma in molti posti di lavoro, c'è sempre un caporale a smorzare questa coscienza, per sostituirvi la sudditanza psicologica. E il caporale dice a Cira: " Ehi! bambina mia, quest'anno ti segno 101 giornate. Ti sei fatta grande e hai bisogno di soldi oramai". C’è il sindacalista " u commissario " che deve combattere una tendenza: "caporali agli occhi delle lavoratrici, assolvevano ad una funzione sociale indispensabile, assicurare un lavoro se pur precario, senza regole, senza diritti". E il lavoro si paga con la morte. Ancora una volta il romanzo si specchia nella cronaca il fidanzato della ragazza resta coinvolto in un incidente mortale in un cantiere di Molfetta. Un giorno dopo la morte di Annamaria Torno, un giovane operaio, che lavorava in una azienda dell'indotto, precipita da un ponteggio. Realtà e romanzo, lavoro e sangue. Le conquiste delle lotte bracciantili (quelle del trasporto auto gestito realizzato dal sindacato) e le sconfitte di ogni giorno. E la morte. Mentre il pulmino del caporale (Marco), cerca di fuggire all'inseguimento dei Carabinieri, il mezzo sbanda, va fuori strada. Una bracciante viene scaraventata contro un albero e muore. La notizia non viene subito divulgata, ma c'è una giornalista che indaga. Non mancano i titoloni sui giornali" Morire per 23 mila lire". E quando anche la mafia s'infiltra nel caporalato, sembra che debba venir giù il mondo. Ma il romanzo, che pur dedica a questi avvenimenti di cronaca, significativo spazio, scivola verso il dramma personale, nella sopraffazione di tutti i giorni. La legge del caporale. " Cira aveva visto una scena incomprensibile. Una ragazza che stava vicino a lei, lungo il filare della vigna, ad un certo punto scomparve senza che se ne accorgesse. A fine giornata la vide salire sul pulmino con gli abiti in disordine. Una storia di stupro. Poi toccherà a Cira. E con la violenza sessuale subita, arriva la denuncia. La bracciante capisce che è il sindacato l'unica arma per difendersi. Ma non c'è esaltazione e forse neppure scelta. Anche in questo caso prevale l'accettazione. Il sindacalista chiede a Cira, violentata nel corpo e nell'anima: "domani, se vuoi, ti aspetto al sindacato".
"Si,
ci vengo", risponde la ragazza. Ma ha gli occhi bassi ed è impacciata.
Per
lei il diritto al lavoro è una conquista tutta ancora da fare. E forse non la
farà mai.
Serena
Corrente
giornalista del
"Quotidiano di Taranto
(nel romanzo è Sara)
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I
Il
pulmino fece ancora una scrollata, prima di fermarsi.
Pareva che dovesse spezzarsi in due da come scricchiolava. Le ragazze scesero dal mezzo come sacchi di verdura sfatta,
la stanchezza si leggeva dai loro sguardi chini a terra. Il sole era tramontato
e, nella tiepida sera d'estate, si cominciava ad intravedere lo struscio paesano
dei giovani sul corso. Cira era
rimasta sul bus. Durante il viaggio, durato due ore, si era addormentata.
Marco l'autista, la scrollò:
- Ehi! Non vuoi andare a casa?
- Perché, siamo arrivati?
- Auff ! - bofonchiò l'uomo scendendo dal bus.
La ragazza si levò lentamente e, raccolte le sue
cose, scese da quel rottame ambulante. Il suo ragazzo l'aspettava sul
marciapiede e quando l'ebbe abbracciata, sbottò:
-
Più tardi del solito!
-
Siamo stati in provincia di Bari. – disse la giovane con un
-
Sapessi che fatica, otto ore chinate a cogliere prezzemolo
-
Prezzemolo? - Il ragazzo la
interrogò con stupore.
- Si, prezzemolo, in un campo così grande che sembrava di
essere in una steppa
sotto il sole cocente.
Marco, l'autista che, fino allora, era rimasto in disparte a fumare una sigaretta, si avvicinò ai due:
-
Basta perdere tempo piccioncini, che domani alle tre vi tocca di nuovo lanciò uno sguardo assai eloquente alla ragazza.
Cira, senza rispondere, prese la mano del suo ragazzo e si allontanò
verso
casa.
- Andiamo a
casa, Fra', che lui ha ragione - gli disse.
E mentre si ritiravano, il buio era sceso sul paese
come un manto nero rassicurante.
-
Meno male che viene la sera. - Mormorò una vecchietta
seduta sull'uscio di casa.
Il pulmino si rimise in moto e si allontanò
rumoreggiando
verso la campagna perdendosi nell'oscurità.
La sera, come ogni sera, Cira cenava a casa sua con
Franco. Se ne stavano in silenzio
quasi tutto il tempo salvo ripetersi le stesse cose d’ogni giorno: dov'era
l’azienda agricola d’oggi, com’era il padrone, ecc ...
Cira spesso non sapeva cosa rispondere. Lei le
aziende non le poteva conoscere. Ci arrivava all'alba, insieme alle sue
compagne, dopo due o tre ore di viaggio e dopo aver dormicchiato
l'un’addossata all'altra.
Il
suo datore di lavoro era lui, quel Marco che le portava dappertutto in viaggi
lunghi, anche da una regione all'altra. Marco era un personaggio dall'aspetto
tipico di quel paese: basso, un po' tarchiato, con un grosso porro sul naso.
Aveva 53 anni e faceva quel lavoro da sempre.
Era l'unico che s'arricchiva con quel lavoro.
Era
lui che "concordava la giornata" con i proprietari terrieri,
riscuoteva il salario e pagava le donne settimanalmente. Da ogni salario
giornaliero di 35.000 lire si tratteneva 15.000 lire.
Una
tassa di viaggio, di servizio. Ogni giorno incassava 250 mila lire e, alla fine
dell'anno, portava a casa un reddito da capogiro, per quei tempi: più di 70
milioni. E lui le tasse non le
pagava. S'era sparsa la voce che avesse acquistato alcuni terreni agricoli per
mettere su delle aziende. Ma non avrebbe mai fatto il contadino.
Cira
sapeva che quello che le dava il suo "caporale" non era quello che le
spettava realmente e che la paga
giornaliera che egli pattuiva non era quella prevista dai contratti
sindacali. Ma la sua condizione non le consentiva di fare altro. Era nata e
vissuta in una famiglia di braccianti. Suo padre era stato per tanti anni un
operaio fisso di una grande azienda di proprietà di un nobile del posto. Poi
quel latifondista era morto e la terra era andata divisa tra mille eredi. Suo
padre era andato a giornate per gli ultimi anni prima di andare in pensione. E
così altri padri di quel piccolo paese. A lei, come a tante, ora toccava quella
emigrazione quotidiana che le costringeva a quelle terribili levatacce. La
gran parte dell'economia di quel paese dipendeva da loro.
Il reddito della sua famiglia si poteva reggere, in qualche modo,
su quel lavoro suo,del fratello e della madre.
Insieme riuscivano a mettere su circa 60.000 mila lire al giorno che
facevano circa 1.200.00 lire al mese che, oltre alla pensione del padre, ì
potevano;garantire una tranquillità economica di tutto rispetto. Forse era
questa condizione familiare che rendeva accettabile a Cira quel lavoro così
assurdamente legato a quel personaggio. Marco era un tipo per niente affabile.
Aveva sbalzi d’umore costante e, spesso, durante il lavoro, soleva affiancarsi
alle lavoratrici dicendo:
-
guarda che lentezza, lo sai che se non manteniamo il ritmo,
questo padrone non mi chiama più?
Ed
ogni lavoratrice, dopo ogni strigliata, si dimenava con più lena, china sul
terreno. Scattava in loro il timore di non essere "più chiamate" e di
perdere quell'occasione di lavoro cosi importante. Cira la conosceva bene quella
paura. L'aveva vista dipinta tante volte sui volti delle sue compagne,
soprattutto le più anziane, che sapevano d’essere sempre in forse per via
dell'età, e di non essere più fisicamente in forma, e probabilmente, di non
essere più attraenti. Eh si! Cira aveva visto molte ragazze non belle e,
soprattutto, non più giovani, che non erano più salite su quel pulmino.
Quando
ne chiese il motivo a Marco, lui le aveva risposto:
-
Pensa per te che il lavoro, ce l’hai.
Cira
aveva visto qualche sua compagna anziana restare terra. Aveva visto tante donne
piangere perché perdere il lavoro significava per loro non portare il pane a
casa. E quelle donne avevano, molte spesso, una famiglia da mantenere. Qualcuna
s’era pure acconciata a chiedere un salario inferiore
pur
di non perdere il lavoro e poter avere quella giornata di contributo che
sarebbe stata utile per l'accredito della indennità di disoccupazione. E Marco, il
caporale, ne aveva approfittato per accrescere
la sua ricchezza. Ma erano casi rari. La
maggior parte delle ragazze aveva dai 16 ai 25 anni. E Cira aveva 16 anni. Cira
aveva i capelli corvini che le scendevano sulle spalle. Era minuta d’aspetto
ma coriacea di carattere. Aveva cominciato a lavorare a 14 anni subito dopo la
licenza media. Le condizioni familiari non le avevano consentito di sognare un
futuro diverso. E poi tanta voglia di studiare non è che gliel’avesse avuta
proprio. Era un destino simile a tante sue coetanee. La mancanza di possibilità
di lavoro, la crisi che si avvertiva nell'aria nella vicina città siderurgica,
non permettevano illusioni. Le uniche possibilità di lavoro erano andare in
campagna o fare la sarta in casa o in qualche piccola azienda in paesi vicini.
Ma le condizioni erano le stesse. Qualche amica faceva la commessa in negozi
d’abbigliamento o qualche parrucchiere dove al magro salario potevano
aggiungere
le mance. No, non c'erano alternative. Cira aveva scelto il lavoro più faticoso
ma era quello che sentiva più vicina alla sua tradizione familiare e che, del
resto, sapeva fare meglio. Sul lavoro le capitava di cogliere aspetti sempre
diversi nel carattere di Marco.
Una
mattina, mentre era intenta a cogliere cavoli in un’azienda di Castellaneta,
si era trovata a scambiare qualche parola con la sua vicina:
- Mimma - le aveva detto - non senti un formicolio lungo la
schiena?
Sono
due ore che raccogliamo stì cavoli.
Mimma
si alzò e si stiracchiò
- Sapessi come mi sento, tu almeno hai 16 anni, io dopo due
figli, mi sento
i reni a pezzi.
Mentre
Mimma parlava, il padrone del fondo si era avvicinato e con voce burbera le
aveva apostrofate:
-
Ma volete lavorare o volete fare chiacchiere?
Cira
si alzò lentamente anche lei e fissando l'uomo negli occhi, gli rispose
gelidamente:
- se pensi che siamo le ruote del tuo trattore, scordatelo
L'uomo
fece paonazzo e disse a voce alta:
- Voi due domani non scendete a lavorare.
Marco
era stato a sentire fino a quel momento. Ma, all'improvviso scattò come una
molla che sfugge all’ingranaggio:
- Ehi, amico! - gridò verso l'uomo.
Lascia stare le mie donne se no domani
i cavoli te li
cogli da solo
Il
padrone sembrò calmarsi immediatamente. Le ragazze si scambiarono occhiate
d'intesa e ripresero a lavorare. Cira pensava a quello che era successo. Marco
le aveva difese, di questo era contenta, ma quell’espressione "mie
donne" l'aveva lasciata interdetta. Per il caporale loro erano proprietà
privata inviolabile. Solo lui poteva mostrarsi in atteggiamenti burberi,
richiedere più impegno, più attenzione. Gli altri, non dovevano permettersi
neanche di fiatare. Cira sapeva che a molte sue compagne quell'espressione era
familiare ma per lei era diventata come un chiodo fisso nella mente: “Mie
donne". No, lei sentiva di non appartenere ad alcuno. Anche se molte cose
della sua condizione le sfuggivano, nel suo fragile essere, si stava già
formando una donna libera.
Questo lei non poteva ancora saperlo.
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II
In
autunno i lavori nei campi andavano scemando. Si poteva trovare ancora qualche
giornata di lavoro nella vendemmia, ma dopo la metà d’ottobre incominciava un
periodo di disoccupazione avvilente. Cira trascorreva molto tempo a casa ad
occuparsi delle faccende domestiche, e la sera faceva lunghe passeggiate sul
corso con il suo ragazzo. S’incontrava con le sue compagne ed insieme
discutevano dei problemi tipici dell'adolescenza.
Nel
paese si avvertiva l'odore dolciastro di mosto ed il rumoreggiare di torchi da
dentro gli ortali. Marco le andava a trovare a casa, come un vecchio amico di
famiglia, quasi una sorta di tutore. In ogni casa poteva sorseggiare un caffè o
un bicchiere di vino. Una sera a casa sua Marco le disse:
- Ehi, bambina mia, quest'anno ti segno 101 giornate ti
sei fatta grande ed hai bisogno di soldi, ormai.
Il
caporale, sorridendo, mostrava i suoi denti gialli sconnessi. Cira era contenta.
"Segnare le giornate” lei lo aveva sentito dire più volte dalle più
anziane, significava dichiarare all'ufficio pubblico del collocamento le
giornate di lavoro trascorse in campagna. Nei primi tre anni aveva lavorato più
di duecento giornate per anno e Marco n’aveva “dichiarate” solo
cinquantuno, le altre le aveva lavorate in nero, senza assicurazione. E a Cira
nessuno aveva mai spiegato come funzionasse il lavoro in campagna.
Con
tante giornate di lavoro aveva "preso" un’indennità di
disoccupazione di poco più di 500 mila lire. Ora la prospettiva poteva cambiare
e, per quanto non comprendesse perché avrebbe potuto avere più soldi, l'idea
le sembrò comunque allettante. Poter contare su un reddito più alto
significava un salto di qualità. Già immaginava cosa avrebbe fatto con quei
soldi in più: qualche vestito, un regalo a Franco e chissà.
Era
cosi contenta che il giorno dopo, quando si trovò a trovò a passeggio,
avvertì l'impulso di dirlo alle sue compagne. Le incontrò che stavano a
parlare con Giulio
Marco
aveva sempre parlato male di lui: - E' un verme - soleva dire.
Giulio
stava parlando di cose che Cira non riusciva a comprendere.
-
Lo
volete capire o no che se non vi ribellate la situa- zione non cambia? Sarete
sfruttate all'infinito e tutti questi personaggi, aziende comprese,
continueranno a campare a vostre spese –
Le
ragazze ne stavano zitte ad ascoltare
Per esempio, -
continuava Giulio
adesso che sta per finire l'anno, quante giornate vi trovate segnate al
colloca mento? Certamente non tutte quelle che avete fatto. Lo sapete o no che
questi soldi che risparmiano questi signori, oggi, ve li piangerete due volte
domani perché avrete meno soldi di disoccupazione e meno contributi per quando
andrete in pensione?
Cira
aveva ascoltato e la voglia di raccontare alle sue compagne quello che le era
accaduto, scomparve del tutto Quella espressione le ritornava puntualmente nella
mente: le mie donne".
E,
senza avvicinarsi nemmeno, ritornò sui suoi passi. Nella sua stanzetta,
ricavata da un sottoscala dove, nella parte più bassa, era stato collocato un
lettino, Cira pensava a quello che aveva sentito. Guardava fisso il cielo che
s'intravedeva da un finestrino. Era sera grandi nuvole scure s’erano
allungate, a causa del vento, disegnando un cuneo verso l'orizzonte. E li,
quella punta scura si bagnava del rosso purpureo del tramonto. Come se fosse
presagio di un tempo migliore, Cira volle ficcare lo sguardo in quel punto. E si
poneva mille domande. Che cosa intendeva dire Giulio con quelle parole:
sfruttate, contributi, pensione? A chi avrebbe potuto chiedere spiegazioni? Cira
sapeva di non conoscere molte cose; quando per il bisogno di sentirsi utile ed
indipendente, aveva incominciato a lavorare, quel lavoro l’era sembrato come
un mondo nuovo, del quale non sapeva nulla. Lei era buona solo a lavorare. Aveva
solo le giovani braccia come risorsa. Ed era questo che le chiedevano Marco e i
padroni nei cui fondi andava a lavorare. Ma adesso che era vicina ai diciassette
anni li avrebbe fatti a novembre avvertiva l'impulso di comprendere
meglio la propria condizione. Ma aveva bisogno di aiuto. Poteva mai chiedere
qualcosa ai suoi? Neanche a pensarlo. I suoi erano vissuti ignari d’ogni cosa.
Il padre era stato un salariato sempre acquiescente, mai un giorno di sciopero,
e cosi sua madre. Quando avevano avuto bisogno di aiuto per certe pratiche,
legate alla burocrazia della assistenza, si erano sempre rivolti a quel Marco
che ricordava sempre presente nella sua casa, anche per via di una lontana
parentela con la madre. Non si poteva certo dire che era cresciuta in una
famiglia con grandi tradizioni di lotta contadina. Il suo ragazzo, Franco, aveva
la sua stessa età. Lavora va in edilizia. Per brevi periodi era occupato nei
cantieri edili. Quando una sera si trovò a parlare con lui, gli chiese:
-
Frà, cosa significa contributi per la pensione?
Lui
la guardò stralunato:
-
ma che ti sei messa studiare stè cose? - le disse
-
dai, Frà, è importante, voglio capire –
Franco
rifletté fra sé qualche istante e poi rispose:
-
Che ti devo dire, io so che ogni volta che un padrone mi
chiama mi dice sempre: "però senza
contributi". ho provato a chiedere ad uno che mi trova sempre le
giornate che cosa sono stì contributi. Lui mi ha risposto: "è una
cosa che è meglio che non la chiedi se no il lavoro te lo scordi. "
-
Sai che ti dico - continuò in tono enfatico per me saranno delle
tasse che le aziende devono pagare per ogni lavoratore che prendono a lavorare.
Cira
non era soddisfatta. Avvertiva come una strana sensazione che quello che stava
intorno a lei era tutto ambiguo. Marco aveva
cercato sempre di evitare che lei potesse chiedere spiegazioni a
qualcuno. Ogni mattina, infatti, nei posti da cui partivano i pulmini che
portavano in campagna, s'aggirava sempre più spesso Giulio, il sindacalista.
Marco,
ogni volta che lo intravedeva, prendeva Cira per mano e la sollecitava a salire
sul mezzo Era anche capitato che, quando si spargeva la voce che il
"sindacato" si sarebbe recato sul posto per parlare con loro, Marco
caricasse le donne sul pulmino e le portasse in una azienda diversa
Era
come una rincorsa continua. Cira stava pensando seriamente di incontrare Giulio,
ma non sapeva come fare
Se
Marco l'avesse saputo, avrebbe perso il lavoro. E questa eventualità la
spaventava. Ma ancor più, la spaventava Giulio. Era come attratta da lui, ma la
spaventava la sua irruenza. Giulio, con gli occhi sempre torvi e mobili, veniva
soprannominato "u commissario" per via dei toni bruschi
con i quali si rapportava ai "caporali". Godeva di un certo carisma
fra molte lavoratrici che si erano anche iscritte al suo sindacato, perché era
temuto dai caporali e da molti proprietari terrieri. E le lavoratrici che si
rivolgevano a lui si sentivano protette. Giulio non aveva fatto sempre il
sindacalista a tempo pieno. Molti anni addietro era stato delegato aziendale in
una grossa azienda a latifondo della zona. E si raccontava, nel paese,delle sue
grandi battaglie, le barricate sulla strada, gli scontri con la polizia. Ora
Giulio trascorreva il suo tempo sempre tra le lavoratrici, ogni mattina,
nell'oscurità delle piccole ore, garantendo la sua presenza rassicurante.
Ma
non per tutte.
L’anno
successivo, i primi giorni di gennaio, Cira aveva ripreso a lavorare. Marco era
sempre un bravo maestro. Le aveva insegnato molte cose utili per il suo lavoro.
Grazie anche ai suoi consigli lei riusciva a potare i rami secchi della vigna
prestando attenzione a trascurare i rami portanti. Questo lavoro le piaceva.
Il
contatto con la natura la riempiva di gioia Quando si sdraiava sull'erba, le
piaceva guardare il cielo e le nuvole, poi premeva le spalle contro la terra
come per penetrarvi: questo gioco infantile le dava l'illusione d'essere un seme
e di diventare un albero. Viveva di sogni la piccola Cira. Anche se si avviava
al suo diciottesimo anno e si stava formando una donna.
E
Cira era diventata una donna bella. Gli occhi grandi e neri brillavano di una
luce intensa in un viso chiaro nonostante la continua esposizione al sole. Ed i
suoi spesso le si rivolgevano chiamandola, "fiore".
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III
Giulio stava nel suo ufficio quando entrò nella stanza il dirigente provinciale del sindacato. Si levò in piedi a salutarlo calorosamente ma senza ossequio. Il dirigente si era seduto e, fissandolo negli occhi, gli chiese:
-
Come va, compagno mio?
-
Come vuoi che vada, qui è uno schifo, fino a quando vi renderete conto
della situazione sarà bruciato tutto
Giulio
parlava pesando le parole. Il dirigente alzò le sopracciglia nel tentativo di
dissimulare un certo imbarazzo:
-
Sei sempre il solito. - Giulio alzò il tono della voce:
-
Qui si sta in trincea, compagno mio, qui si tocca il veleno con le mani -
gli rispose gesticolando nervosamente.
Lui
non gradiva molto i toni pacati e spesso formali con i quali spesso i dirigenti
gli si rivolgevano ed ostentando il suo impegno quotidiano fra centinaia di
lavoratori, dei quali ne riportava quotidianamente le lamentele, ingenuamente
credeva che ciò lo differenziasse dagli altri dirigenti. Il dirigente si alzò
come per sfuggire a quello sguardo penetrante. Si affacciò alla finestra della
piccola stanza del l'ufficio e, senza voltarsi, disse:
- Vedi,
Giulio, molte volte non si sa bene come lavoriamo noi. Certo, il contatto con
i lavoratori è filtrato dalla tua presenza e dal tuo lavoro, ma la nostra
responsabilità è più ampia –
Giulio
ascoltava continuando a mettere ordine fra le carte. Era il periodo in cui i
lavoratori agricoli che non lavoravano per tutto l'anno, gli stagionali (cioè
quasi tutti), presentavano la domanda per ottenere l'indennità di
disoccupazione e gli assegni familiari. Giulio aveva accumulato le pratiche
sulle sedie: Anani, Boccioni, Caprese,Franca,Mimma, Giovanna tutti nomi legati a
tante storie di persone che Giulio conosceva bene. Il dirigente incalzò:
- Il
problema del caporalato lo stiamo affrontando –
- Affrontando?
- lo interruppe Giulio - ma se questi sono un esercito organizzato !
La
discussione stava assumendo toni accesi. Improvvisamente i due tacquero ognuno
preso dai suoi pensieri.
Erano
tempi difficili per il sindacato ed entrambi lo sapevano. Né valeva l'ottimismo
dell'uno contro il pessimismo dell'altro. Mancava lo Stato.
E
i caporali, agli occhi delle lavoratrici, assolvevano una funzione sociale
indispensabile: assicurare un lavoro se pur precario, senza regole e senza
diritti. Il dirigente informò il capilega sulle iniziative e le riunioni che
erano state programmate. Poi si alzarono e si avvicinarono alla finestra. Era
sera inoltrata e faceva freddo. Aveva cominciato a nevicare La neve cadeva a
fiocchi grossi e fitti e, in poco tempo, coprì tutto nascondendo ogni asperità
dell'asfalto, ogni cumulo di spazzatura. Entrambi avvertirono un senso
d’appagamento come se la neve avesse tacitato anche le proprie ansie ed i
problemi.
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IV
L’inverno
era stato freddo, ma era passato. Cira si entusiasmava a vedere fiorire le gemme
degli arbusti e degli alberi. Quella festa di colori, l'aria che a mezzogiorno
si addolciva, le dava una sensazione fisica piacevole. Non era il freddo
dell'inverno, quando si doveva coprire fino su al naso, o la calura asfissiante
dei tendoni d’uva da tavola dell'estate. La primavera significa raccolta delle
fragole. Il gruppo delle braccianti si spostava verso la costa jonica della
Basilicata nella piana di Metaponto, verso Policoro. In quella zona, migliaia di
fragolai ex braccianti, avevano avuto la terra in concessione, dopo la bonifica
degli anni 50'. Erano loro che, titolari di piccola proprietà diffusa, si
servivano dei caporali ai quali richiedevano due o tre lavoratrici per volta che
si andavano ad aggiungere ai familiari del coltivatore. Cira faceva coppia fissa
con Mimma. Aveva trovato lavoro in un’azienda di proprietà di un coltivatore
che era una brava persona. Le trattava bene; ogni mattina preparava loro un
bricco di caffè con pasticcini e, durante la raccolta delle fragole, assicurava
loro delle bibite fresche. Si chiamava Giacomo ed aveva una figlia, Piera,
divennero amiche. Giacomo era un uomo piccolo che girava sempre con un
cappellaccio di paglia a larghe falde. Aveva un viso tondo e delle grosse rughe
sulle guance. Sorrideva sempre. Non era ricco ma possedeva una bella casa ampia
ed accogliente, un’auto di media cilindrata ed un camioncino parcheggiato al
lato della villetta. Era stato anche lui un bracciante; si vede va da come
lavorava e caricava le cassette sul furgone. Non era come altri padroni che Cira
aveva conosciuto. Si fermava sempre a parlare con loro e, nei momenti di pausa
si fermava sempre a parlare con loro
-
Mi dispiace che veniate sempre con quell'uomo, perché i soldi della giornata li
vorrei dare direttamente a voi; ma lui mi ricatta, se non vi porta lui, qui non
viene nessuno ad aiutarmi e senza aiuto sono finito.
Giacomo
era sincero. Faceva parte di un’organizzazione sindacale di piccoli
proprietari terrieri e spesso, nelle assemblee, prendeva le distanze dai
caporali.
-
Non possiamo stare alla finestra a guardare questi personaggi che, grazie a noi,
che abbiamo bisogno di loro, si costruiscono, sfruttando le nostre lavoratrici,
un reddito da capogiro. Così facendo, fra qualche anno, li vedremo girare con
autobus a due piani Ma i suoi interventi restavano isolati e registravano solo
qualche mugugnio.
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V
Era
aprile inoltrato. Cira stava raccogliendo le fragole nell’azienda di Giacomo.
Un lavoro faticoso che la costringeva a stare per molte ore con la schiena
piegata. Le fragole sono un frutto delicato che bisogna staccare dalla pianta
insieme al picciolo verde; ci vuole maestria e dolcezza: proprietà tipiche
delle mani femminili.
Cira
era assorta nei suoi pensieri quando, mentre era a testa china, vide un’auto
che s’era fermata sul bordo della strada. Era Giovanna, sua cugina che faceva
la bidella nella scuola elementare del paese.
- Che ci fa lei qui - pensò fra sé rizzandosi prontamente in piedi.
Piera, la figlia dell’agricoltore, si era avvicinata alla donna. Erano molto
distanti perché lei potesse capire qualcosa. Improvvisamente era diventata
nervosa. Piera s’era portata le mani alle tempie. Cira ebbe come il
presentimento che fosse accaduto qualcosa e si mise a correre verso le due
donne.
Prima che potesse raggiungerle, Piera stava ritornando verso di lei. Quando furono l’una davanti all’altra, Piera le buttò le braccia al collo:
-
mi dispiace - le
disse piangendo.
A
Cira il cuore le stava scoppiando nel petto.
-
che è accaduto? – disse
con la voce ridotta ad un filo. Piera non le rispose e cominciò a
piangere a dirotto.
La situazione era diventata insopportabile. Marco, il caporale, che era intanto sopraggiunto, stava parlando freneticamente con sua cugina che se restava appoggiato all’auto con le mani sulla testa. Dopodiché la raggiunse e la fece salire sul pulmino.
Sali
anche Mimma che prese la sua mano fra le sue e le strinse forte.
Cira,
finalmente si mise ad urlare:
-
ma volete
dirmi insomma cosa è successo?
Marco accese la radio ed in quel momento si senti:
-
grave incidente
mortale in un cantiere edile a Molfetta, in provincia di Bari. Coinvolto un
giovane lavoratore minorenne caduto da un’impalcatura senza alcuna misura di
sicurezza. Pare che il giovane non fosse neanche assicurato e fosse legato ad un
giro di caporalato dell’edilizia. Il giovane si
chiamava Franco…” – Marco
aveva spento la radio.
Cira
era svenuta
![]()
VI
Giulio aveva
appreso la notizia alla televisione. Conosceva bene quel giovane che era andato
a trovarlo, qualche volta, al sindacato.
-
Per la miseria - disse e uscì di corsa. Nel paese la notizia era già
rimbalzata di porta in porta. Ciò che colpiva soprattutto era la giovane età
del malcapitato. La sua famiglia abitava fuori paese e già si stava formando
verso quella direzione un lungo corteo di persone.
Giulio
era andato al sindacato e aveva scritto un volantino che stava affiggendo fuori
della porta d’ingresso: “Non si può morire di lavoro!” recitava
eloquentemente il testo.
Il
paese tutto si stava mobilitando.
Il
pulmino di Marco si fermò sul lato sinistro della strada, in direzione opposta
alla sede del sindacato.
Cira
scese sorretta da Piera e Mimma con il capo reclinato su un lato. Le donne
entrarono in casa di Mimma e la porta si chiuse dietro quel dolore.
L’indomani tutti i giornali titolavano in copertina: “Grave
lutto nel mondo del lavoro illegale” “giovane non assicurato muore in un
cantiere” “Minorenne muore in un cantiere”
Una
giornalista di un quotidiano soffermava la sua attenzione sul precariato e sul
bisogno di lavoro che rappresentava lo scenario dentro il quale era maturato il
triste evento:
“si
tratta – scriveva la giornalista – di un ennesimo da fatto da
ricondurre nella logica perversa dello sfruttamento. Giovani senza diritti, con
paghe da quattro soldi, senza sicurezza. Gettati sul lavoro come animali,
oggetti. E’ una piaga antica del sud emarginato, lontano dalla civiltà. Che
sia ancora medioevo?”
E concludeva esprimendo la rabbia della gente che non poteva tollerare questi eventi
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VII
Cira
era rimasta per quasi una settimana a casa in uno stato di prostrazione
indescrivibile. Non aveva toccato quasi per nulla cibo. Era pallida ed i grandi
occhi scuri ora sembravano essersi svuotati.
Non
aveva più lacrime. Era il primo maggio quando si decise ad andare al cimitero.
Non aveva partecipato al funerale, né aveva voluto vedere il suo fidanzato
nella bara.
Aveva
voluto conservare nella sua mente il ricordo di Franco vivo. D’altra parte,
neanche i suoi familiari avevano insistito: era troppo distrutta.
Il
cimitero era appena fuori del paese. I cipressi era stretti e lunghi nel loro
portamento maestoso. La giovane giunse sulla tomba di franco. Erano soli. Era
una splendida giornata di sole. Cira si rannicchiò sulla lapide e cominciò ad
accarezzarla:
-
Cuore mio, amore, non
abbiamo avuto il tempo di costruire il nostro futuro. Ora mi lasci sola ed io ho
paura.
Cira
avverti un lungo brivido dentro. Una lacrima le stava scendendo lungo la
guancia.
-
Non ti preoccupare ,
Frà – sembro schernirsi.
-
Ce la farò, ce la
faremo.
e
si chinò sino a lambire la sua foto che brillava del suo sorriso. Il sole era
ormai alto ed illuminava quell’abbraccio fra innamorati divisi
dall’ineluttabile. Ma non c’era più tristezza. C’era la voglia di vivere
l’una nel ricordo dell’altro. In quel connubio spirituale che solo chi ama
può conoscere. Cira si sollevo e guardò il cielo azzurro.
- Si – disse - è proprio una bella giornata.
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VIII
Giulio
stava chino sulle sue carte e rifletteva sugli avvenimenti di quei giorni. Aveva
fatto un lavoro capillare. Da solo, aveva distribuito volantini alle tre del
mattino, prima della partenza delle braccianti, per tentare di coinvolgerle
approfittando, in un certo senso, dell'emozione di quella triste vicenda. Sui
volantini c'era scritto, provocatoriamente:
"Di
caporalato si può anche morire".
Le
lavoratrici, non tutte in verità, avevano dato cenni d’assenso. Era un
assenso timido, quasi nascosto, celato dagli sguardi torvi dei caporali. Giulio,
però, aveva colto un brivido di speranza. Stava riflettendo sul da farsi.
La
stagione dei grandi lavori agricoli stava per cominciare. Lui sapeva che da quel
momento le strade, di notte, sarebbero state invase da pulmini provenienti da
tutto il Salento e diretti verso la costa jonica. C'era la raccolta delle
pesche, delle albicocche, e nell' area di Castellaneta, si cominciavano a
preparare i vigneti d’uva da tavola pregiata.
I
caporali gestivano tutta questa attività con disinvoltura. Avevano la capacità
di essere presenti il giorno dopo, bastava una semplice chiamata al telefono la
sera precedente. Altro che l'ufficio di collocamento, con le sue richieste
cartacee, le formalità, le lungaggini, le commissioni che devono decidere. La
legge consentiva alle aziende di assumere al momento le braccianti in virtù
dell'urgenza di procedere alla raccolta del prodotto per evitare il suo
deperimento e di comunicare dopo al collocamento. Con questo sistema i caporali
viaggiavano tranquilli, spesso con documenti di lavoro falsi, con elenchi di
persone diverse da quelle realmente trasportate.
Giulio sapeva che quel mondo era troppo potente per poterlo affrontare da solo. Lui, che aveva fatto tante battaglie sindacali, si sentiva quasi impotente. Era relegato ad un ruolo di scribacchino: il suo lavoro consisteva nell'istruire pratiche relative al riconoscimento della malattia, assegni familiari, pensioni, indennità di disoccupazione e sporadiche vertenze di lavoro che qualche lavoratore coraggioso, il quale ardiva mettersi contro il suo datore di lavoro, intraprendeva per rivendicare le differenze di salario non percepito. Il suo gli pareva un lavoro da retroguardia. Fuori, migliaia di lavoratrici riempivano i campi, giovani, giovanissime, alla mercé di personaggi squallidi che si arricchivano alle loro spalle. Giulio era diventato scontroso, sempre accigliato. Non sopportava questo stato di cose e voleva cambiarlo Ma come? Era così angustiato che sentiva come se qualcosa gli s’attorcigliasse intorno allo stomaco: tanto da fargli male.
IX
Il
dirigente provinciale era stato a Roma per affrontare la situazione politica
legata alla morte del giovane edile. Tutto il mondo sindacale era stato scosso e
si era mobilitato, anche perché parlare di caporalato significava parlare
dei
problemi antichi legati alle braccianti meridionali. Nella riunione aveva preso
la parola:
- Siamo
sulla difensiva da anni, subiamo il fenomeno senza contrastarlo se non a parole.
Non saremo mai credibili se non elaboriamo una strategia sindacale che
"passi" attraverso il consenso delle stesse lavoratrici.
Il
dirigente mentre parlava, sembrava ricordare il colloquio avuto con Giulio.
- dobbiamo
risolvere innanzi tutto il problema del trasporto. Questa transumanza di donne,
stipate in pulmini talvolta in 25, quando questi mezzi hanno soltanto nove
posti, deve finire. Noi rischiamo di pagare un prezzo molto alto, per le
condizioni di vita di queste lavoratrici che subiscono anche il maltrattamento
economico di salari da fame per lo più taglieggiati da questi caporali.
L'invettiva
precisa. A Roma del problema se ne parlava ogni tanto, soprattutto quando un
evento clamoroso riportava in primo piano una situazione oramai ai limiti della
decenza. Il dirigente sapeva che sarebbe stata una battaglia difficile e che
gran parte delle cose andavano elaborate giù, nella sua realtà.
Nel
treno al ritorno, stava attaccato al finestrino. La campagna gli passava davanti
con immagini affascinanti. Vecchie masserie, campi coltivati, attrezzi sparsi,
trattori, animali: tutto gli sembrava perfetto, ordinato, curato. Ampi e
maestosi alberi circondavano i poderi creando una per fetta armonia: fra
agricoltura e ambiente. Quello era un altro pianeta. Lui pensava, invece, a
com’era diversa e difficile la sua realtà. Per anni, quell’agricoltura che
lui conosceva bene, non era riuscita a tradursi in sviluppo ed era ostaggio dei
caporali che oramai stavano assumendo un ruolo di condizionamento anche nei
confronti delle imprese. Occorreva un’azione dirompente. Ma quale? Senza
volerlo il dirigente si stava ponendo lo stesso problema di Giulio.
Una
mattina Giulio lesse sul giornale un articolo dal titolo, "Caporali
uscite allo scoperto" clamorosa proposta di un dirigente -
sindacale. Rimase sbalordito. Chi lo aveva scritto era il suo compagno
"provinciale". Il testo, diceva: occorre
combattere i caporali sullo stesso terreno in cui operano. Perché non escono
allo scoperto? Perché non si costituiscono in cooperative legalizzandosi nella
gestione esclusiva del trasporto e lasciano la gestione del collocamento e la
scelta discriminante di chi deve lavorare al collocamento pubblico dello Stato? Giulio
era esterrefatto. Corse al telefono:
- Ciao,
sono Giulio, che hai scritto? Abbiamo legalizzato i caporali?
L'altro,
dall'altro capo del filo, rimase qualche attimo in silenzio e poi rispose:
- Me
la aspettavo una qualche reazione ma non da te.
- Perché?
- disse Giulio.
Perché sei quello che mi
ha sempre detto che noi non facciamo
nulla per risolvere il problema. Ora ho lanciato una provocazione. Da qualche
parte bisogna pur cominciare provocazione. Da qualche parte bisogna pur
cominciare.
Il
tono era alquanto seccato. Giulio non parlò per qualche secondo, poi riprese:
- Ma
non è per mettere in discussione la proposta, ma per ricordarti delle persone
con le quali hai a che fare. Questi guadagnano redditi che neanche te lo
immagini. Come pensi che possano mai accettare un’ipotesi simile?
La
considerazione di Giulio era disarmante. Il dirigente contrattaccò:
- Gli
offriamo una chance per uscire, poi partiremo all’attacco.
La discussione finì lì.
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