La Storia

 

Non è facile descrivere il rapporto che ho con Taranto. Bisogna considerare che i sentimenti,quelli profondi soprattutto, possono mutare tonalità e segno in ogni momento e che hanno un'evoluzione e si trasformano e si accrescono col passare del tempo e con il progredire dell'esperienza. Poi spesso le parole non bastano a dire le emozioni e non è solo questione di sfumature,ma anche di ritrosia e di pudore e forse di timidezza e di timore. Mi capita di avere anche l'ossessione della storia e di lasciarmi andare a girare per i luoghi della città e per i tempi della città specialmente quando è notte e nessuno disturba la suggestione e posso abbandonarmi ad essa lasciandomi trasportare dalla fantasia e sicuramente anche da qualcosa di più intimo e vorrei dire viscerale a cui però non saprei dare un nome accettabile per il senso comune e conveniente per un senso della realtà adeguato. Ho scelto la descrizione di una notte importante per Taranto,una notte in cui tutto è finito e in cui tutto è cominciato, come sempre avviene nei fatti della Storia e forse ancora mi lascerò indurre a parlare, attraverso le fonti, di altre notti parimenti notevoli nel destino della nostra comunità. Non si tratta di retorica o di pedanteria o di smania di esibire povere nozioni, ma di cogliere il segno e la testimonianza che ci  sono stati lasciati in dono dalla città e che attendono di essere sentiti da chi ha voglia e animo di prestare ascolto alle voci del passato.     

 Roberto "Aùro"

 


TITO LIVIO 

"AB URBE CONDITA"
LIBRO VENTISETTESIMO


Mentre Fabio assediava Taranto,una circostanza di per sè insignificante lo aiutò ad ottenere un grande successo. Annibale aveva dato ai tarantini una guarnigione di Bruzzii (gli attuali calabresi).
Il comandante di questa guarnigione era preso da una viva passione per una donnina,il cui fratello era nell'esercito del console Fabio. Costui,informato da una lettera della sorella della sua recente relazione con uno straniero ricco e molto influente fra i suoi concittadini,concepì la speranza di potere per mezzo della sorella stessa indurre l'amante di lei a fare ciò che egli voleva.
Informò dunque il console intorno a quanto sperava. Dal momento che il progetto non gli sembrò vano. Fabio comandò al soldato di andare a Taranto fingendosi disertore. Costui,diventato amico del comandante per mezzo della sorella,indagò dapprima, senza parere,la disposizione d'animo di lui,poi, sicuro della sua leggerezza di carattere,servendosi delle seduzioni femminili,lo incitò a tradire la sorveglianza della posizione che gli era stata affidata. Allorchè si furono accordati sulle modalità e sui tempi per porre in esecuzione il piano, il soldato di notte fu fatto uscire di nascosto dalla città, attraverso gli spazi intermedi fra un corpo di guardia e l'altro,per andare a riferire al console le cose che già erano state fatte e quelle che si era  progettato di fare. Lo stesso Fabio alla prima vigilia(credo verso mezzanotte),dato il segnale a coloro che erano nella rocca(i romani assediati nella città vecchia attuale) e a coloro che custodivano il campo all'entrata del porto(zona ponte di pietra) si collocò di nascosto in quella parte della città che volge ad oriente (Salinella?). Suonarono quindi le trombe contemporaneamente dalla rocca, dal porto e dalle navi che si erano avvicinate dall'alto mare; tutto questo clamore era stato dovunque provocato ad arte insieme a una grande confusione proprio dalla parte ove il pericolo per la città era minimo. Il console,nel frattempo,in silenzio tratteneva i suoi.
Democrate,pertanto,che era stato prima il comandante della flotta tarantina e che per caso era stato incaricato del comando in quella parte della città dove si trovava Fabio, dopo che vide che intorno a lui regnava la calma e che invece le altre parti  echeggiavano di quello strepito tumultuoso che talvolta si leva da una città presa,nel timore che,approfittando  del suo indugio,il console desse inizio all'assalto e provocasse a battaglia,condusse la sua guarnigione verso la rocca,da dove giungeva più terribile lo strepito. Fabio,quando si accorse dal tempo trascorso e dallo stesso silenzio,che le guardie erano state condotte via, poichè là dove poco prima i soldati gridavano incitandosi e chiamandosi alle armi,ora non si udiva più alcuna voce,diede ordine di portare delle scale in quella parte delle mura, nella quale l'intermediario del tradimento aveva annunciato che era di guardia la  coorte dei Bruzzii.
Con l'aiuto dei Bruzzi che li accolsero,i Romani in quel punto prima scalarono il muro e da li discesero in città: in seguito scardinarono la porta più vicina e da li introdussero più fitte schiere.
Allora,levato il grido di guerra,quasi all'alba giunsero nel foro (zona piazza vittoria?) senza imbattersi in alcun soldato;in quel momento tutti i Tarantini che combattevano sulla rocca e nei pressi del porto si precipitarono da ogni parte in massa contro i Romani. La battaglia all'ingresso del foro fu combattuta con maggiore veemenza che con tenacia; i Tarantini infatti non erano certo pari ai Romani nel coraggio, nell'uso delle armi, nell'arte della guerra,nel vigore e nelle energie del corpo(sic).Peraltro,dopo essersi limitati a scagliare dardi, i Tarantini,quasi prima di cominciare lo scontro corpo a corpo, si dettero alla fuga e si dispersero nelle ben note vie della città verso le proprie case e quelle dei loro amici. Due dei loro comandanti,Nicone e Democrate, caddero valorosamente combattendo;Filomene,che era stato il promotore della defezione ad Annibale, fu trascinato dal cavallo in corsa fuori della battaglia; poco dopo fu riconosciuto il cavallo che errava senza cavaliere per le vie della città,ma il corpo di Filomene non fu mai trovato. Generalmente si credette che,sbalzato da cavallo,fosse precipitato in un pozzo aperto. Invece Cartalone,comandante del presidio cartaginese, fu ammazzato da un soldato per caso,mentre,deposte le armi, andava dal console per ricordargli i vincoli di ospitalità che lo legavano a suo padre. I soldati,qua e là, senza alcuna distinzione, trucidarono gente armata e gente inerme, Cartaginesi e Tarantini indifferentemente.
Anche molti Bruzzii furono uccisi dovunque sia per errore,sia per un antico odio contro di loro,sia per cancellare la voce del tradimento, perchè sembrasse che Taranto era stata presa non con l'inganno,ma con la forza delle armi. Dopo la strage i soldati si abbandonarono al saccheggio della città. Si racconta che furono fatti schiavi trentamila prigionieri e che fu presa una grande quantità di argento lavorato e in monete,ottantatremila libbre di oro, statue e pitture in quantità da eguagliare quasi l'abbondanza di cose preziose portate via da Siracusa.
Tuttavia Fabio si tenne lontano da un bottino di tal genere con un disinteresse maggiore di quello dimostrato da Marcello(il conquistatore di Siracusa); infatti a uno scrivano che gli chiedeva che cosa volesse fare di certe gigantesche statue di dei,che erano rappresentati ciascuno in un particolare atteggiamento di combattimento, ordinò: Lasciate ai Tarantini i loro dei irati!
     

 

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