LARGO SANTA CATERINA

 

Quanti ricordi si stratificando nella memoria. Per lunghi anni sembravano sepolti e dimenticati. Il titolo del concorso “Dallo Scrigno dei Ricordi” ha funzionato come un grimaldello riuscendo ad aprire e far fluire i ricordi a getto continuo da far fatica a riordinarli e dargli una sequenza. Li ho trovati talmente vivi e chiari da darmi la sensazione che sono successi appena qualche giorno prima e, magari, non ricordo quello che ho fatto ieri. Scherzi dell’”età d’argento” che avvicina quello che è lontano e allontana quello che è vicino. Un singulto ogni volta che mi trovo nelle narici quell’odore misto di salsedine e pesce fritto o nelle orecchie il suono di un’armonica a bocca, (da ragazzi quasi tutti ne possedevamo una), o la melodia di un vecchio motivo che mi porta indietro nel tempo. Sono nato e vissuto tra i vicoli della Taranto che non c’è più, quella dell’Isola e del Borgo umbertino dove tutti ci conoscevamo e la vita scorreva tranquilla. D’adulto, come vento che tutto sommuove, la speranza di potermi creare un avvenire, mi spinse ad andare lontano seguendo la sorte di migliaia di miei coetanei ed amici. Lasciai ciò che amavo di più, emigrando nel Nord-Est d’Italia. A Taranto, abitavo in Via Duomo, (int o Larie Sanda Caterine), sus’ a putèje di mest Mimino u sarte. Int a na grossa grasta, sus’ o varcòne di casa, inzieme a u putrisino e o basilico, tinemme pure nu rampicante di gelsomino. Oltre a un mazzolino di fiori conservati per ricordo in un libro, mi portai via anche un ramoscello che piantai sul balcone di casa mia a Padova, dove vivo tutt’ora. In giugno spiavo il loro aprirsi aspettando di coglierne il profumo. Ma ogni volta è stato una delusione. Il profumo c’è ma è talmente lieve e leggero da sentirlo appena. Non ha niente dell’intensità dei gelsomini du Lario Sanda Caterine. Il profumo emanato da quei candidi fiorellini, si mescolava ad un lieve sentore di salsedine che saliva dai due mari accarezzato spesso dal vento caldo proveniente dall’Africa. In quello spiazzo le nostre famiglie vivevano la maggior parte delle giornate, al contrario dell’inverno che ce ne stavamo rintanati nelle case intorno a fracera a raccontarci l’ cunti e, stando troppo vicino al fuoco, n’ vinevono l’ saziz sus al iamme.  Le sere d’estate anche gl’inquilini dei piani superiori scendevano a sedersi e a godersi la frescura con tutti gli altri, trasformando  u lario in un “salotto culturale”. Mentre gli uomini chiacchieravano fumando e sorseggiando vino da nu fiasche che immancabilmente circolava tra loro, le donne, continuavano a sbrigare le faccende di casa, a ci muzzicava fave, a ci pulizzava fogghie, a ci lavorava al tombolo a ci sferruzzava caziette, si scambiavano le ultime novità della giornata. Si sapeva tutto di tutti. Noi ragazzi avevamo il compito di tenere lontane le zanzare. Per noi era un gioco, ci procuravamo della paglia, facile da trovare, (a quei tempi molti tenevano in casa nu cavaddo, nu mulo o nu ciùccio), appizzicàvamo u fanoijo inumidendo la paglia per ottenere molto più fumo utile allo scopo. Spesso Giacinto, l’ortolano che abitava sotto L’Arco di San Domenico, dai Cagioni ci portava, oltre agli ortaggi, delle grosse “prisacchie secche”, (sterco di vacca secco), che bruciavamo al posto della paglia con l’effetto di cento zampironi. Fin dal primo mattino i vicoli, come un sistema venoso, davano linfa di vita al Borgo. Il primo suono che udivo era quello di un campanaccio che portava al collo una delle capre di Massaro Meneco che passava tutte le mattine con 5 o 6 capre vendendo il latte che mungeva all’istante ricevendo continue lamentele dalle donne per la molta schiuma che faceva. Lo accusavano che la creava apposta per fregarle sulla misura. Seguivano tutti gli altri ambulanti che riempivano i vicoli con le loro allegre e armoniose urla. La più caratteristica: «Chiangiti piccinni ca mamma v’accatta l’ciraseee!». Chi abitava ai piani superiori, la spesa la faceva dalla finestra o dal balcone calando giù, con una cordicella, un cestino. Mia madre abituò perfino a jatte, quando voleva andare giù saltava intro o panarijedde e scamàva, uno di noi la calava giù. Per rientrare in casa si metteva a scamàre forte int a putea d’ Mest Mimino u sarte ca s’ truvave proprio sotto o varcòne nuestre. U cristiane asseve fora e lùcculava: «Signora Elenaaaa, a jatte vò ‘nghiane!». Calato il cesto, la gatta saltava dentro al suo ascensore ed era tirata su. In casa e per i vicoli si sentiva cantare e fischiettare. Le donne cantavano sbrigando le faccende e tenendo sempre porte e finestre spalancate, il canto andava a mescolarsi con quello in strada. Gli ambulanti, i cocchieri di carrozze, i carrettieri e gli artigiani che di norma lavoravano davanti alle loro botteghe. Abbasci' a Cave, era sempre affollata da sembrare na sagra tutti i giorni. Vi era poi: Cusimino u catararo. Un bel giovane, moro, alto, snello. A causa dei suoi ricci capelli era chiamato “ u rizzitiedde”. La sua voce melodiosa attirò l’attenzione di un discografico che gli fece incidere un disco con una canzone in vernacolo che iniziava e chiudeva con il suo caratteristico grido: « U cataraaaaroooo!!!». Nella nostra vecchia Taranto, non vi erano prati verdi o alberi, all’infuori di alcuni pini in Piazza Castello e un paio d’altissime palme in Piazza Municipio. Ricordo che in cima contenevano grossi grappoli di datteri gialli che con mille acrobazie noi ragazzi riuscivamo a raccogliere. Quei datteri troppo piccoli e amari così diversi da quelli gonfi e dolci provenienti dalla Libia. Eppure, credo che anche queste palme provengono da quei paesi e non capisco perché i suoi datteri fanno schifo!  Una volta ne mangiai parecchi. Soffrii di mal di pancia per tutta la notte. Alcuni giorni prima della festa delle Palme, con altri ragazzi, a sera tardi, dopo aver  stutato u lampione cu a tiremmòlle, ci si arrampicava sulle alte palme fino in cima e, lavuranne d’ timpirine, prendevamo le lunghe, gialle e tenere foglie che ci servivano per intrecciarle e costruire piccole croci, cestini ed altro, da regalare ai parenti e ai vicini di casa, in particolare persone anziane, consapevoli che in cambio ottenevamo sempre na piccola mazzetta o addirittura “na scarcedda” ca s’ mangiava u Sabato Santo alle ore 10. In Piazza Fontana, uagniune, bottegai e perfino l’ Guardie Municipale, cu a scarcedda ‘mmane, aspettavamo ca u relogge d’a chiazze suonasse l’10 per addentare a scarcedda. Mò so cinquant’anne da quanne me ne scive da Tarde e no sent’ chiù ‘u reloggie d’ a chiazze. Per i giochi, il nostro raggio d’azione andava: dal Ponte Girevole, al Ponte di Porta Napoli. L’isola la percorrevamo in lungo e in largo, ricordo ogni angolo, ogni muro, ogni chianca. Tra i vicoli mi sentivo al sicuro come tra le braccia della mamma. Al Borgo Nuovo ci spingevamo solo per andare a fare visita a Cocò d’inta a Villa, (la Peripato). Cocò era un piccolo scimpanzé coccolato da grandi e piccini. Era rimpinzato di banane, noccioline e caramelle. Qualche panarijedde pighiancule, oltre a riuscire a fregargli le caramelle, insieme alle noccioline, riusciva a tirarl ‘mocc pure nu mizzòne d’ sigarette appizzicata. Il povero Cocò, all’improvviso cominciava a zompare sputando e lùcculando  comma nu pàccio. La prima elementare l’ho frequentata nell’antico e nobile palazzo Amati. Mi era comodo, uscendo da casa, imboccavo subito Vicolo Seminario e in tre minuti ero a scuola. I balconi della mia aula si affacciavano sullo splendido mare dietro a ringhiera. Oggi, pare, sia la sede della Facoltà di Veterinaria. L’anno successivo nel ‘37, passai alla nuova (“Scuola Elementare. E. Consiglio. 10”), eretta davanti alla Chiesa di San Domenico.

La sera del 18 marzo era tradizione d’appizzicà fanoje int’ all’ larie e all’ chiazze, con grande divertimento di noi ragazzi. Il giorno dopo, festa di San Giuseppe, altra tradizione era quella di pranzare con pasta e ceci. Lasagne fatte in casa, larghe due dita tagliate con una rotellina fatta a zigzag che arricciava i bordi della pasta. Otre a pasta cull’ ciciri, alle cartiddate, ai suoni delle ròzzele, era anche tradizione, per noi uagniune, fare il primo bagno della stagione. Nonostante le proibizioni dei genitori che, ammonendoci, affermavano che era pericoloso perché quello era un  “giorno porta stella” (giorno incline alle fatalità). Sordi a questi ammonizioni, andavamo ugualmente a fare il primo bagno nello specchio d’acqua sott’a Ringhiere, tra il Piazzale Pantaleo, le Scuole Elementari e Vico Porto. Scendevamo dalla parte del “Circolo Sottufficiali Reggia Marina”, vi era una bellissima distesa di sabbia dorata, oggi, un mondezzaio. D’estate trascorrevo, con i miei compagni, quasi tutte le mattinate sus o Pond d’ Petra. Ritti sulle colonne,  aspettavamo l’arrivo d’ l’ furastiere provenienti dalla stazione. Non si facevano pregare molto a lanciare in mare, (lato Mar Piccolo), delle monetine che noi, a volo d’angelo, tuffandoci andavamo a recuperare. Dopo il primo spettacolare tuffo, restando in acqua, invitavamo i forestieri a tirare ancora monetine. Con agili colpi di reni, come delfini, effettuavamo dei gira volta con salto e tuffo, emergendo, poco dopo, con la monetina stretta tra i denti, ricevendo gli applausi dei divertiti furastiere. Parecchi di loro erano parsimoniosi, lanciavano “nu sold, o nu piezz’ da do sold”, ( un 5 o un 10 cent.). Fortunatamente vi erano anche dei generosi che lanciavano i “quattro soldi”, (20 cent.), o, addirittura la “menzalira”. Alla fine, tutti riuscivamo a racimolare per na pizzetta e un biglietto al cinema Dux dove proiettavano vecchi film di Ridolini, Charlot, Buster Keaton, Stalio ed Olio, ecc. Tutti film muti con le didascalie che nessuno leggeva. Per colonna sonora, sotto allo schermo, vi era un vecchio che seguendo le scene, le accompagnava suonando una specie di pianola sgangherata. I pochi film sonori erano: Gianni e Pinotto, Tom Mix, Buffalo Bill, Tarzan ecc. Si pagava solo 20 centesimi ma se dal cinema uscivamo scontenti dello spettacolo, lo comunicavamo a quanti si apprestavano ad acquistare il biglietto. Lo facevamo con una particolare espressione divenuta poi classica per tutti i tarantini: «C’è fiezze o Dux!» «Nò trasè, è na fitecchia!». Il resto della mattinata, sistematici alla base dei piloni, sotto il ponte, la trascorrevamo pescando con la togna costruita da noi stessi. Si andava alla stazione dov’erano posteggiate le carrozze nell’attesa dei clienti, si adocchiava il cavallo giusto. Doveva essere bianco, giovane e avere una bella coda lunga e candida, ci si avvicinava furtivi e mentre un nostro compagno distraeva il cocchiere, noi, muniti di lametta, zacchete e zacchete, tagliavamo un paio di ciuffi di coda che poi, annodando crine dopo crine, si raccoglieva attorno ad un osso di seppia. Ecco creata la nostra togna. Otre all’abbondanza di cozze nere attaccate ai piloni, il fondale era molto ricco di ostriche, javatuni, queccioli, spuenzoli, e cozze pelose. L’estate del ’39, mio padre, per togliermi dal ponte, asserendo che era un gioco pericoloso, mi mise a lavorare come garzone presso il Salone del Cavaliere Emanuele Vernaglione in Piazza Fontana. Il salone era quello vicino all’Albergo Cavour. U Cavaliere, anche se vecchio e male in arnese, continuava a venire a putèje. Seduto vicino alla porta con la pipa (tremolante) tra i denti e la sputacchiera ai suoi piedi, passava il tempo chiacchierando con i clienti. Chi mandava avanti l’attività era Mest Nicola, nipote du Cavalier e Mest Catavito u pizzilàto, io e Ciccillo eravamo i due  «Ragazzo… spazzola!». Lì, ho avuto modo di conoscere molti personaggi, Ciccio u Baffone, venditore di frutta di mare, Cosimo u Grastaro, con magazzino in Via Cariati, di fronte alla pensilina stile liberty, vendeva mijnzane, zrole, limme e statuine d’ carbniere cu fiaschette inculo. Quello che ricordo maggiormente è Mest Giuvanne u vardàro (costruiva finimenti per cavalli), con bottega in Via di Mezzo, int o Lario d’ Sand Cosimo e Damiano. Stu Giuvanne aveva una bellissima voce tenorile, ogni volta che veniva a radersi l’obbligavano a cantare nu stuezze d’opera, indovinate quale?   “Il Barbiere di Siviglia”.

 La mattina di festa, dopo la messa a San Cataldo, i papà passavano in piazza Municipio dove vi era sempre a bancarella dei frutti di mare, quella della frutta secca, il carrettino dei gelati, quello d’ a sumènd’e zùcchere e ‘u gratta-gratte e il venditore di palloncini. Noi scugnizzi, con la sigaretta accesa o con le cerbottane usando piccoli coni di carta munito di spillo, ci divertivamo a far scoppiare i palloncini ai signorini venuti dal Borgo. Sembravano fatti in serie, tutti lindi e pindi nelle loro divise da marinaretti. Noi, gnuricàti dal sole, scalzi e con indosso le sole mutandine da bagno, creavamo un forte contrasto. Qualche volta riuscivamo ad avvicinare qualcuno più grandicello. Complimentandoci della candida casacca che indossava e mentre uno gli alzava velocemente la casacca, un secondo v’infilava un bel pomodoro maturo, subito un terzo, affermando: «È proprio bella!», vi mollava una pacca a mano aperta sul rialzo creato dal pomodoro.

 Noi, ragazzi di Via Duomo, arco San Domenico, Largo Santa Caterina, Vico Porto, Vico Vigilante, Largo  S. Martino ecc. giocavamo sempre insieme. Per procurarci la colazione o la merendina, ci muovevamo a frotte. I nostri obiettivi principale erano i fruttivendoli, quelli che esponevano la merce fuori. Adottavamo una tecnica ormai collaudata. Alcuni di noi, indifferentemente, si piazzavano vicino o limme d’ lupini, vicino o sacchetto di pistiddi o castagne du previte, altri vicino, all’ cornole ecc. Poi, inscenando na baruffa, attiravamo l’attenzione du patrun che asseve cu a scopa in mano correndoci dietro. A quel punto intervenivano gli altri arraffando quello che potevano, francate di lupini, qualche sete (melograno), mele, marancie, castagna, nespole, cotùgne, cirase, cioze ecc. (insomma, quello che c’era secondo la stagione). I pomeriggi delle domeniche e dei giorni festivi, ci si ritrovava in molti, grandi e piccini, abbàscio a Marina lungo quel lembo di terra battuta che d’ abbàscio o  Vasto arriva fino all’inizio di Via Cariati. Era uno dei pochissimi posti dove s’ puteva chiantà a livoria essendo la città vecchia, quasi del tutta lastricata di chianche. In quei giorni quella zona diventava un vero parco giochi. Gli adulti giocavano cu l’ curruculi,  cu a livoria e cu a mazza e spizziedde, chiù gruesse d’ quidde d’ nuie uagniune e organizzavano dei veri tornei. I più piccoli invece, giocavano piantando per terra due chiodi che facevano da porta e per bilie usavano quelle di vetro procurate rompendo bottiglie di gazzosa. S’ sciucave pure cu a fumeca. Fin che ho avuto i genitori, a Taranto venivo anche più volte l’anno. Poi, sempre meno. Ritornato dopo una lunga assenza, (negli anni ’80), mi sono imbattuto in un Borgo irriconoscibile immerso nel più selvaggio degrado. Ho trovato vicoli sbarrati e puntellati da travi incrociati, i muri di tufo sgretolati e rigati da lacrime d’amara salsedine. Porte e finestre murate, case scuffulate. Dappertutto le chianche lordate di sterco di cani e non solo di cani. L’aria pesante mi dava la nausea. Ho avuto la sensazione di trovarmi in un grande cesso. Durante la guerra, ho visto le profonde ferite che le bombe inglesi hanno inferto alla nostra città. In Piazza Municipio, le case subito a sinistra sbucando da Via Duomo, giù all’imbocco di Via Di Mezzo e per tutta la scesa Vasto. Altra zona colpita è stata quella di fronte al Cinema Dux, nello spiazzo dove oggi sorge il ristorante “Al Gambero”, vi era il piccolo quartiere dei pescatori. Fu spazzato via con tutta la gente dentro. Conoscevo parecchi di loro e avevo anche degli amici coetanei che insieme giocavamo ai delfini sotto o Ponte d’ Petra, Eppure, non avevo mai visto Tarde nueste accussì ruvnata, così avvilente. Non ho potuto fare visita neppure alla mia ex vicina di casa Santa Caterina, avendo trovata la porta della chiesetta murata. Nei vicoli, che erano le vene della città, non scorreva più la vita. Ho visto una città fantasma, una città morta. Tra i suoi vicoli non mi sentivo più sicuro, l’abbraccio ricevuto  era quello di una moribondo, debole, freddo e disperato da sgretolarmi il cuore come quei muri di tufo e piangere lacrime amare. Povera vicchiaredda  mea com t’ann’ rruvinate! Forse mi chiedeva aiuto. Non mi sono mai sentito così piccolo,  impotente e pieno di rabbia.

Le vacanze estive del 2002 le ho trascorso a Santomai. Una domenica mattina, con una scusa, sganciatomi dai famigliari ed amici, ho risposto al forte richiamo facendo visita alla mia vecchia città. Questa volta l’ho trovato un tantino diversa. Tra i vicoli ho incontrato un pò di gente. Di fronte al Largo Santa Caterina, vi era una signora che teneva i bambini, tipo asilo, la chiamavamo “a Mestra”, ora vi è una sala giochi piena di macchinette elettroniche con davanti giovinastri che giocavano creando un gran rumore. Sono entrato; guardandomi intorno mi sono rivisto seduto suso o sconnette insieme all’otre piccinni. Affacciatomi al balconcino che dà su via Duomo proprio di fronte al Largo Santa Caterina, con la pipa spenta in bocca e gli avambracci appoggiati al parapetto, fissavo quella che una volta era stata casa mia.

 D’incanto la via  si è animata. Sus o varcòne stava mammà cu nu vacile chjno d’ robba lavata e durtigghiata. Prima a sbatteva e poi spanneve. Sotto, davanti alla sua bottega, Mest Mimino u sarte, cu nu vintàgghio, siusciava suse alle carvune nel suo grosso ferro da stiro. Spesso ero io che sbrigavo quel lavoro. All’angolo destro, la porticina della chiesetta di Santa Caterina tutta illuminata. Era il 25 novembre, giorno della sua  festa. Un vecchio detto diceva: (D’ Sanda Caterine la neve è vicine inbianca l’ mund d’ Martine). In quel giorno, per noi del Borgo, iniziavano le feste di Natale. Mi pareva di sentire nell’aria addirittura l’odore d’ pettole fritte. A fianco alla porticina della sacrestia, Mest Cosimo u scarpare, seduto davanti al suo banchetto, martella una scarpa infilata nella forma di ferro che tiene sulle ginocchia. Mest Cosimo è anche il sacrestano di Santa Caterina e insieme alla moglie accudisce anche l’ “Ospizio per Vecchi Santa Caterina”, sito in Vico Ospizio, ncocchia a Chiesa di Sand Cosimo e Damiano. A destra di via Duomo, come tutte le mattine, davanti al “Forno Santa Caterina”, il fornaio con il figlio Mincuccio, sta preparando il carrettino cu furniiddo a carvunedda appizzicata per tenere calde le pizzette. Ancor prima d’iniziare il giro per i vicoli, hanno cominciato ad urlare: «A pizza cu a lice! Calda caldaaaaa… a pizza cu a liiiice!». Più in là, poco prima di Via Cave, la “Macelleria Cicala”, come tutti i sabato, ha esposto il cartello della riffa. In palio stè: na capuzza e na curatedda. In autunno,  tutti i giorni,  face u sanguinazzo quello semplice e quello con le noci, zucchero, bucce d’arancio e brocche di garofano. Con due soldi mi danno una grossa fetta. Bisogna mangiarlo a piccoli bocconi altrimenti t’ingozza facilmente come succede pure con il castagnaccio ca face la vicina latteria. Affianco all’ Arco San Domenico, di fronte a Cuncettina a fruttivendola, vi è l’Alimentari di Angelo Squincio u Maresciallo. Ex sottufficiale della Regia Finanza. Brava persona, a noi ragazzini con tre soldi c’imbottisce na brinose cu na grossa fedda d’ murtatedda.

In quel mentre mi sentii toccare una spalla. Voltatomi, m’acchieve nnanze nu uagnone ca, mustrande na sigarette, maddumannave: «Scusate, tinite d’appizzicà?».

 Chi sa cosa avrà pensato il ragazzo nel vedere il mio volto rigato di pianto e l’aspetto trasognato.

 

                                                                                                                                            Lorenzo Manigrasso 

* Racconto vincitore del concorso letterario “Lo scrigno dei Ricordi” (2003)

 

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