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E S E N T A Z I O N E
La questione ambientale, le questioni relative all'ambiente, a Taranto sono assai più che note. I dati inquietanti o anche peggio, sono stati divulgati, diffusi e ripetuti. Probabilmente ormai sono conosciuti non solo dagli studenti degli istituti superiori, ma anche dagli scolari delle scuole dell'infanzia. Soprattutto gli effetti dell'inquinamento, in termini di malattie e di perdita di salute, sono una realtà quotidiana e un'esperienza diretta per i tarantini che li vivono sulla propria pelle e nella propria carne. E' questa un'esperienza che non ha risparmiato nessuna famiglia e che è stata ed è motivo di dolore e di preoccupazione. Per tenerci alle statistiche ricordiamo che ai confini della città sorge la maggiore acciaieria italiana, estesa per 15 milioni di metri quadrati, con parchi di deposito dei minerali ferrosi grandi 660.000 metri quadrati; qui lavorano circa 13.000 persone, qui si produce il 50% dell'acciaio nazionale, circa 10 milioni di tonnellate all'anno, qui si realizzano importanti utili economici, ma anche si producono enormi quantità di sostanza inquinanti fra cui 18 milioni di tonnellate all'anno di anidride carbonica, 7 kg di polvere all'anno per ciascun tarantino, il 30% della diossina emessa in Italia ogni anno, il 10% di PM10 di tutta Europa. Il rapporto E.P.E.R. del 2004 attesta che dallo stabilimento Ilva deriva il 10% di monossido di carbonio, il 9% di diossina, l'8% di idrocarburi policiclici immessi nell'atmosfera del continente. Il rapporto A.P.A.T. del 2006 sottolinea peraltro che a Taranto c'è una situazione limita in Italia: il 93% delle polveri sottili presenti in città deriva dall'area industriale, al contrario di quanto avviene a livello nazionale, dove perlopiù questi agenti inquinanti sono causati dal traffico delle auto. Lambita dall'acciaieria c'è la città ma forse si potrebbe legittimamente dire il contrario e cioè che la città è alla periferia dell'industria. E' una città che, stabilmente agli ultimi posti delle classifiche per la qualità dell'ambiente, ha visto salire, in meno di 30 anni, fino quasi al doppio il numero dei morti di tumore (125 x centomila nel 1971 e 244 x centomila nel 1998). Una città in controtendenza se parliamo di tumori e di morti, poiché i tumori polmonari da noi sono la causa del 40% dei morti totali per neoplasie contro il 29% nazionale. Una città in controtendenza anche rispetto all'approccio politico ai temi ambientali. Laddove nelle altre regioni italiane si blocca il traffico per ridurre l'inquinamento, laddove nel mondo intero e perfino nell'America di Bush si tentano strade per applicare i contenuti del Protocollo di Kyoto, a Taranto si è chiesto di potere mantenere, in deroga al medesimo protocollo, le emissioni di Co2 dell'acciaieria, per evitare la possibile perdita di posti di lavoro. Taranto, capitale italiana dell'acciaio e sito a grave rischio di crisi ambientale, è in controtendenza anche rispetto a Genova, sede di uno stabilimento Ilva. Infatti a Cornigliano la lotta e l'impegno di comitati e di associazioni ha portato alla chiusura della lavorazione a caldo, quella più inquinante, mentre da noi questa attività sarà o è stata aumentata. La vertenza ambientale è stata ufficialmente aperta dall'ordinanza di chiusura delle cokerie fatta nel 2001 dall'ex-sindaco Di Bello. Questa ordinanza fu preceduta da una importantissima lettera indirizzata alle autorità dai procuratori Petrucci e Sebastio. Si tratta di un intervento che consideriamo un merito storico della magistratura tarantina e che affermava "D'altro canto comportamenti omissivi da parte di chi ha la titolarità di poteri d'intervento possono acquisire rilievo penale, non potendosi più oltre procrastinare una situazione la cui illegittimità è fondatamente segnata" . Ecco quindi che su chi amministra e su chi amministrerà ricade la grave responsabilità, in primo luogo morale, di porre rimedio ai pericoli causati dall'inquinamento. Dal 2001 ad oggi sono passati 6 anni, si sono stipulati fra Ilva ed istituzioni cinque Atti d'Intesa. Sono stati passaggi attesi con la speranza che finalmente venissero riconosciuti pienamente i diritti della popolazione e dell'ambiente. Tuttavia abbiamo la sensazione che ben poco sia cambiato o stia cambiando. In primo luogo c'è un'oggettiva difficoltà a controllare la situazione dell'inquinamento ed oggi ne parleremo. E poi: l'atto d'intesa del dicembre 2004 prevedeva un intervento di risanamento del quartiere Tamburi, finanziato con 56 milioni di euro. Questo risanamento non è ancora neppure stato iniziato. L'ultimo atto d'intesa dell'ottobre 2006, ha suscitato la speranza che finalmente e celermente venisse recepita ed attuata la tutela dei valori di dignità e di umanità che rendono tale un comunità civile. Al 28 Febbraio, neanche un mese fa, scadeva il termine per la presentazione da parte dell'Ilva di uno specifico programma di intervento. Pensavamo che finalmente avremmo saputo come liberarci dalle polveri minerali o quando sarebbe stata ripulita l'aria, ma c'è stato un altro rinvio. Sembra che servono ulteriori indagini per capire quali siano le principali fonti di emissione di polveri pesanti e di diossina e questo comporterà un ritardo negli interventi, interventi di cui peraltro ancora non si conoscono né il tipo né l'efficacia. Così il tempo passa, i veleni continuano la loro azione deleteria, ci si ammala ed i sentimenti di impotenza e di delusione sono sempre più forti. Per questo vorremmo che il Convegno di oggi esprimesse la necessità di rispondere in modo finalmente fattivo e non con degli slogan LA POLITICA DEL FARE, LA POLITICA DELLE BUONE PRASSI alle aspettative dei cittadini. Come emigranti siamo pienamente coscienti dell'importanza della salvaguardia dei livelli occupazionali, come persone siamo convinte che il dialogo sia il metodo giusto per risolvere i problemi, ma dialogare significa anche farsi ascoltare e dobbiamo ricordare che in cambio di posti di lavoro non si devono consentire transazioni sui diritti fondamentali. D'altra parte bisognerebbe rispondere presto e bene a un problema che ha le dimensioni della questione ambientale a Taranto e non farlo significa non soltanto non assicurare il diritto alla salute. Significa soprattutto frustrare la volontà di essere parte attiva della cosa pubblica, ferire il desiderio di non rimanere indifferenti alla vita della comunità, smentire la consapevolezza di essere pienamente cittadini. Per questo vogliamo sottolineare il ruolo delle associazioni nel dibattito e la richiesta di coinvolgimento in un tavolo di discussione sull'ambiente. Questa volontà di coinvolgimento va sostenuta ed accolta e considerata un patrimonio prezioso ed una risorsa decisiva. Pertanto noi chiediamo sia agli attuali che ai futuri amministratori della città che:
1) la questione ambientale sia una priorità assoluta. D'altro canto un recentissimo sondaggio del 'Corriere del Giorno' conferma che la cittadinanza sente che questo problema è importantissimo.
2) siano attivate pienamente le centraline di controllo della qualità dell'aria e si prendano provvedimenti adeguati e verificabili per riportarla nei limiti previsti dalla legge.
3) si accelerino i tempi per la definizione degli interventi sulle emissioni dell'acciaieria e per la definizione delle modalità di controllo dei risultati.
4) si attui il coinvolgimento delle associazioni ambientaliste nei processi decisionali.
5) si promuova la discussione sulla possibilità di chiudere anche a Taranto la lavorazione a caldo.
Oggi parleremo di polveri, elementi pericolosi che sono presenti nella quotidianità dei tarantini da decenni. Speriamo che sia un'occasione per richiamare i cittadini all'impegno a non accettare la prepotenza di chi inquina ed a chiedere che non si lasci inquinare e speriamo che sia un'occasione per sollecitare scelte politiche coraggiose e lungimiranti, tali cioè da incidere sul presente e da governare il futuro. |